SHOAH - L'Olocausto degli Ebrei
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La Nakba palestinese
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1. La Palestina ieri
2. La Palestina oggi:
- nella Striscia di Gaza
- in Cisgiordania
3. Questionario palestinese



COME LEGGERE LA SCHEDA?
E' articolata in due momenti distinti:
- storico (tu sei qui!), nel quale viene a costituirsi e consolidarsi l'occupazione israeliana di parte della Palestina;
- contemporaneo, tratteggiando allora l'attuale emergenza umanitaria in Palestina, legata a filo rosso allo Stato di Israele.

PALESTINA. MOMENTO STORICO

Dal sionismo europeo agli accordi di "pace". [Qui per una sintesi grafica del periodo 1917-'67 in Palestina]


Nell’agosto del 1897, ben prima della tragedia dell'Olocausto consumatasi nell'Europa nazifascista, la minoranza storica degli ebrei di tutto il mondo, che si riconoscevano nel Sionismo di Theodor Herzl, si riunisce a Basilea.

Nei diari di Herzl, tenuti tra il 1895 e il 1904, in data 3 settembre dell'anno corrispondente alla giornata conclusiva del Primo Congresso costitutivo dell’Organizzazione Sionista, si legge:

Dovessi riassumere il Congresso di Basilea in una parola - che mi guarderò bene dal pronunciare pubblicamente - sarebbe questa: A Basilea, io fondai lo Stato Ebraico. Se lo dicessi ad alta voce oggi, mi risponderebbe una risata universale. Se non fra 5 anni, certamente fra 50 ciascuno lo riconoscerà 1.

Così, per molti ebrei in fuga dal razzismo antisemita delle borghesie capitaliste europee, la soluzione indicata da Herzl è l’idea forte di una nazione ebraica.
Già dal primo Congresso e per tutti i successivi del primo ‘900 la Palestina storica (nella quale oggi coesistono a fatica Striscia di Gaza, Cisgiordania e Stato di Israele) è oggetto di un disegno di colonizzazione.

La pressione ebraica sulla Palestina, unita all’opportunità della Gran Bretagna di assicurarsi un controllo “occidentale” sul canale di Suez, sono alla base della storica dichiarazione di Arthur James Balfour, Segretario per gli affari esteri britannico (2 novembre del 1917): la Gran Bretagna si impegna ad assicurare un “focolare nazionale” ebraico in Palestina, pur senza pregiudicare i diritti civili e religiosi delle preesistenti comunità non-ebree.

La Dichiarazione di Balfour precede il collasso dell’Impero Ottomano avvenuto durante la Prima Guerra Mondiale, anche grazie al supporto militare degli arabi. Di qui la costituzione di un Mandato internazionale per amministrare la Palestina ottomana assieme alla Transgiordania (poi Regno di Giordania), fino allo sviluppo di istituzioni che garantissero l'autogoverno da parte di uno Stato indipendente, espressione di un popolo a maggioranza araba-palestinese. Siamo in pieno colonialismo: non sorprende la logica egemone che sta dietro al Mandato della Società della Nazioni.
Tuttavia, mentre in "Giordania" nasce in breve tempo una monarchia araba, i palestinesi vedono avviarsi quel processo d’insediamento ebraico nella terra di Palestina che è tutt’oggi in corso.

Nel 1922, anno del primo censimento britannico, gli ebrei sono 83.790, pari all’11,4% della popolazione, solo alcuni dei quali in Palestina - e in Medio Oriente più in generale - da centinaia di anni pacificamente conviventi con la maggioranza non-ebrea. Il Libro Bianco di Churchill, che nel 1922 riassume la politica mandataria dell’autorità britannica, fotografa una comunità ebraica con organi politici definiti, ovvero un'assemblea eletta, consigli di città e enti per la direzione delle questioni religiose.
Poco più tardi, nel 1931, anche grazie al lavoro dell’Agenzia Ebraica per la Palestina, oggi Sochnut "Agenzia Ebraica per Israele", gli ebrei in Palestina raggiungono il numero di 174.606 unità 2 su una popolazione di 1.033.314.

Dopo oltre 600 anni d’integrazione nel mondo arabo 3, rifugio per popolazioni ebraiche in fuga dalle persecuzioni antisemite nel cuore dell'Europa, la presenza israelitica in Palestina comincia ad assumere i contorni di un processo di colonizzazione voluto dall’Occidente europeo e dalla sua “supremazia bianca”.

In un contesto di crescente e violenta conflittualità tra ebrei e palestinesi, quest'ultimi vedono la terra, appartenuta loro da secoli, diventare un territorio di conquista e occupazione. E' un inedito piano di colonizzazione che, senza sfruttare la popolazione originaria, la vuole sostituire per insediarvi uno Stato confessionale puramente ebraico. Il progetto include gli aspetti inquietanti, tali per le stesse autorità britanniche, del militarismo e paramilitarismo sionista: è il 1936 quando si costituisce il gruppo terroristico israeliano dell’Irgun, da una scissione con l’Haganan, organizzazione paramilitare nata per proteggere i kibbutz ebraici. Di fronte a questa realtà e alle pressioni delle vicini nazioni arabe a non ignorare il destino delle comunità palestinesi, è redatto il Terzo Libro Bianco. E' il 1939, data spartiacque per la presenza ebraica in Palestina.
Gli ebrei sono ora 450.000 4, un terzo dell’intera popolazione dell'area. L’autorità britannica ritiene così assolto l’impegno preso nel 1917 con la Dichiarazione di Balfour.
L’immigrazione ebraica, fino alla fine del Mandato di amministrazione della Palestina, fissata per il 1949, non avrebbe dovuto superare le 75.000 unità in cinque anni, e solo a condizione che il sistema economico fosse stato in grado di assorbirle. Parimenti, all’Agenzia Ebraica per la Palestina sono poste restrizioni circa l’acquisto della terra, del tutto interdetto in alcune aree critiche per la popolazione araba e sottoposto ad autorizzazione britannica in altre zone.

Troppo tardi.

Le politiche persecutorie in Europa giustificano all’opinione pubblica flussi d’immigrazione non regolata che dal 1941 al 1946 portano la popolazione ebraica da 474.102 unità a 608.225 su una popolazione di 1.912.112 5.
Ricorrenti gli attacchi terroristici contro l'autorità britannica. Gli aspetti inquietanti della violenza paramilitare israeliana, infatti, si moltiplicano: alla nascita dell’Irgun segue nel 1940, come scissione a destra dello stesso movimento terroristico, il Lehi (o Banda Stern, come vuole la dizione britannica) il cui violento desiderio di costituire uno Stato di Israele cacciando l’autorità britannica e la popolazione palestinese spinge il movimento a ricercare un’alleanza con la Germania nazista, che sarà impegnata a gasare gli ebrei nei lager dell’Europa Orientale.
Le inquietudini britanniche sulla nascita di organizzazioni terroristiche si traspongono nel 1946 in una realtà forse più cruenta di quanto immaginata: un attentato dinamitardo organizzato da Irgun e Lehi devasta il King David Hotel a Gerusalemme, causando 91 morti. L’obiettivo è la sede del comando militare britannico, che aveva nei giorni precedenti coordinato l’arresto di 2.700 membri delle organizzazioni terroristiche e ottenuto informazioni riservate sulle operazioni israeliane di intelligence nei paesi arabi confinanti.
Prima della strage al King David, il 6 novembre del 1944, la Banda Stern, al suo debutto come organizzazione terroristica, assassinava un alto funzionario inglese, rappresentante di quella autorità d’ostacolo al processo di costituzione di una Nazione ebraica. Il suo nome era Walter Edward Guinness (Lord Moyne), e lo stesso Winston Churchill denunciò i membri del Lehi israeliano come assassini "degni della Germania Nazista" 6, in un discorso alla Camera parlamentare di Londra.
L'iniziativa terroristica dell’Irgun raggiunge finanche l'Europa: il 31 ottobre del 1946, un attentato dinamitardo distrugge un edificio storico della famiglia Torlonia adibito ad ambasciata britannica a Roma.

Per la Gran Bretagna, attaccata fino nel cuore dell’Europa dalle organizzazioni sioniste, la questione palestinese era divenuta ingestibile, e pertanto chiede il coinvolgimento delle Nazioni Unite. Di qui (13 maggio del 1947), la costituzione della UNSCOP (United Nations Special Committee on Palestine), la quale produce un ricco documento 7 di analisi della situazione in Palestina determinando un primo Piano di partizione dei territori. Sulla base di quel lavoro, oltre che di un’inedita alleanza tra statunitensi (il cui sistema politico è fortemente condizionato dalla comunità ebraica 8) e sovietici (illusi dalla possibilità di fare di Israele uno Stato socialista e desiderosi di contrastare l’imperialismo britannico), il 29 novembre del 1947 l’Assemblea Generale dell’ONU approva la Risoluzione 181.


Figura Piano di partizione della Palestina
(Cartina originale estratta dalla Risoluzione 181, allegato A)



La Palestina è (virtualmente) frammentata in tre aree: la più grande, quella israeliana (56% della terra) alla minoranza della popolazione (33%); la più piccola, quella palestinese (43% della terra) alla maggioranza araba che abitava quelle terre, con l'intera area di Gerusalemme zona internazionale amministrata dalle Nazioni Unite.

Colonialismo in Palestina prima del 1948 (a)

b. 1948: la guerra arabo-israeliana
c. 1956 e 1967: le altre due scosse
d. 1982: Sabra e Chatila
e. Gli accordi di "pace"
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Note e riferimenti bibliografici di sezione:
(consultabili anche con un click sul richiamo di nota)
  1. Gilbert, M. (2008), "Israeli: A History", McNally & Loftin Publishers, p. 15
  2. Said, E. W. (2011), “La questione palestinese”, Il Saggiatore, p. 63
  3. Ramazzotti Stockel, M. (2011), Documenti della conferenza “L’iniziativa di settembre all’Onu per il riconoscimento dello Stato palestinese: risvolti e prospettive”, 23 settembre 2011, non pubblicato.
  4. Lillian Goldman Law Library, “British White Paper of 1939” in The Avalon Project
  5. Said 2011, Op. cit., “La questione palestinese”, p. 63
  6. Gilbert, M. (1991), 'Churchill. A Life', Holt, p. 803
  7. Comitato Speciale sulla Palestina delle Nazioni Unite, “Rapporto all’Assemblea Generale”, 3 settembre 1947
  8. Lo sostiene pubblicamente, già l’11 dicembre del 1947, Thomas Reid, funzionario britannico in Palestina (riferimento)

La Risoluzione 181, con la quale i palestinesi pagano la tragedia della Shoah consumata nel cuore dell’Europa, produce un prolungato periodo di ostilità tra gli ebrei di Palestina e gli arabi della regione, che va sotto il nome di “Guerra arabo-israeliana”.

Il conflitto, che dura dal novembre del 1947 al marzo del 1949, può essere in realtà scisso in due momenti.
Una prima fase di guerriglia, nella quale tuttavia non manca il coinvolgimento degli apparati militari e di tutto il carico di violenza tra i due contendenti. In questo contesto si compie il massacro di Deir Yassin, villaggio palestinese assaltato con la complicità dell’Haganan e della Banda Stern, la cui brutalità causa tra i 100 e i 250 morti e la fuga di almeno 700 civili 9. Il massacro è utilizzato dalle formazioni paramilitari israeliane come strumento di terrore contro i civili palestinesi: le scene di morte e devastazione sono riprodotte in supporti fotografici come monito per allontanare gli arabi dalla Palestina, al fine di distruggere la società palestinese.

Alla vigilia del termine del Mandato britannico, con il quale si esaurisce la prima fase del conflitto, il Zionist General Council (ZGC) è già pronto a dichiarare il proprio Stato Ebraico, “Medinat Israel”.
Le limitazioni migratorie imposte dal Libro Bianco del 1939 sono già abrogate e il 26 maggio 1948 gran parte dei membri dei gruppi paramilitari fin lì attivi (dall’Haganan alla Banda Stern) confluiscono nelle attuali Forze di Difesa Israeliane (FDI).
In questo momento storico, in una seconda fase del conflitto, Israele si mostra al Mondo quale potenza militare, anche attraverso l’acquisto di materiale bellico che fu della Wehrmacht nazista, grazie alla collaborazione del nuovo ministro cecoslovacco del Partito Comunista, Vladimir Clementis (“Operazione Balak”).

Gli ordini erano accompagnati da una minuziosa descrizione dei metodi da usare per cacciare via la popolazione con la forza: assedio e bombardamento dei villaggi, incendi di case, espulsioni, demolizioni, e infine collocazione di mine tra le macerie per impedire agli abitanti espulsi di tornare 10.

Attraverso la pulizia etnica e una strategia di operazioni militari di schiacciante supremazia interrotte solo da due tregue raggiunte da un abile mediatore ONU - lo svedese Folke Bernadotte presto assassinato dalla Banda Stern, Israele conquista territorio per il costituito Stato Ebraico ben oltre la Risoluzione 181.

Gli armistizi del 1949 con Egitto (febbraio), Libano (marzo), Regno di Giordania (aprile) e Siria (luglio) determinano i nuovi confini dello Stato di Israele, segnati dalla cosiddetta “Green Line”, che escludeva la Striscia di Gaza e la Cisgiordania dallo Stato Ebraico (rispettivamente attribuite a Egitto e Giordania, che amministreranno questi territori sino al 1967). Gerusalemme viene attraversata dalla Linea Verde, e spaccata in due: nascono così Gerusalemme Ovest (“israeliana”) e Gerusalemme Est (sotto l’amministrazione giordana).

La guerra dichiarata in difesa dei propri confini si mostra in realtà per quello che è: una massiccia operazione di occupazione e pulizia etnica. Infatti, se nel 1948 la Palestina assegnata ai palestinesi poteva contare 1.300 villaggi e città abitate da 1,4 milioni di palestinesi 11, alla firma degli armistizi circa 711.000 palestinesi avevano lasciato le proprie terre, come richiamato in un rapporto della Nazioni Unite del 23 ottobre 1950 12.

La guerra arabo-israeliana del 1948 è per Israele il momento storico per compiere la pulizia etnica 13 necessaria alla realizzazione del progetto sionista di uno Stato ebraico. Il 1948 diventa così per i palestinesi l'anno tragico della Nakba (o Catastrofe): la metà della popolazione araba è cacciata dal territorio del neonato Stato di Israele e costretta ad un'esistenza da rifugiati, dislocati in numerosi campi profughi allestiti nei paesi arabi vicini. Il dramma dei profughi iniziato nel 1948 rappresenta oggi la più grande Diaspora in corso nell'età contemporanea ed è all'origine della richiesta da parte di milioni di palestinesi del riconoscimento del Diritto al ritorno alla propria terra 14, sancito dalla Risoluzione ONU 194 e negato dalle autorità israeliane.


1948: la guerra arabo-israeliana (b)

a. Colonialismo in Palestina (pre-'48)
c. 1956 e 1967: le altre due scosse
d. 1982: Sabra e Chatila
e. Gli accordi di "pace"

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Note e riferimenti bibliografici di sezione:
(consultabili anche con un click sul richiamo di nota)
  1. Commissione delle Nazioni Unite sulla Palestina, “Comunicazione ricevuta dalla delegazione del Regno Unito sull’attacco ebraico al villaggio arabo di Deir Yassin”, comunicazione riservata del 20 aprile 1948
  2. Pappé, I. (2008), “La pulizia etnica della Palestina”, Fazi Editore
  3. Ufficio Statistico Palestinese, “Bollettino statistico speciale nel 63° anniversario della Nakba palestinese”, maggio 2011
  4. Commissione di conciliazione per la Palestina delle Nazioni Unite, “Rapporto all’Assemblea Generale dell’ONU sul periodo 11 dicembre 1949-23 ottobre 1950”, 23 ottobre 1950
  5. Pappè, I. (2005), “Storia della Palestina moderna”, Giulio Einaudi editore, p. 166
  6. Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Risoluzione 194, 11 dicembre 1948

"Scosse", così Jean Genet 15 parla delle altre due guerre del 1956 e del 1967, unendole a filo rosso con il 1948: Israele confuta la "leggenda infamante della presunta viltà fisica degli ebrei" con le bombe, i soldati addestrati, le deportazioni e la pulizia etnica.

Nel 1956 Israele sferra un attacco preventivo all’Egitto di Nasser, il quale - insofferente all’ordine tradizionale delle cose - nazionalizzava la Compagnia del Canale di Suez anche per finanziare la diga di Assuan, che avrebbe permesso lo sviluppo agrario del paese. Prima ancora di incarnare la difesa in Medio Oriente delle forze capitalistiche, per Israele è strategico impedire la crescita di governi arabi autonomi, non reazionari, non aristocrazie feudali. Così, per la seconda volta, Israele dimostra la propria supremazia militare dinanzi al mondo arabo, con l’occupazione della Striscia di Gaza e del Sinai egiziano, territori poi restituiti solo a seguito della pressione internazionale di Stati Uniti e Unione Sovietica.

Il 1967 è invece l’anno della scossa il cui esito influenza la geopolitica fino ad oggi. E’ anche l’anno della seconda Diaspora palestinese e della seconda colonizzazione ebraica della Palestina.
In risposta alla presunta sfida rappresentata da Nasser e dal suo ruolo nella costituzione al Cairo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), ma soprattutto alla minaccia degli eserciti egiziano, siriano e giordano, il 6 giugno del 1967 Israele conduce un attacco preventivo che di fatto decima le forze armate arabe.
In sei giorni ("Guerra dei sei giorni") Israele occupa militarmente, questa volta per rimanere, la Cisgiordania (con il settore giordano di Gerusalemme) e la Striscia di Gaza, oltre alle Alture del Golan e parte del Sinai egiziano (restituito nel 1978 a seguito degli Accordi di Camp David).

“Medinat Israel”, lo Stato ebraico e “democratico” figlio del Sionismo Laburista, assume ora i contorni di “Eretz Israel”, l’Israele biblico, attraverso l’occupazione militare di territorio palestinese nel quale insediare popolazione civile ebraica – militarmente protetta 16.


1956 e 1967: le altre due scosse (c)

a. Colonialismo in Palestina (pre-'48)
b. 1948: la guerra arabo-israeliana
d. 1982: Sabra e Chatila
e. Gli accordi di "pace"
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Note e riferimenti bibliografici di sezione:
(consultabili anche con un click sul richiamo di nota)
  1. Genet, J. (2002), “Palestinesi”, Stampa Alternativa
  2. Del Sarto R.A. (2002), L’identità contestata di Israele e il Mediterraneo (L’asse territoriale-politico: Eretz Israel versus Medinat Israel), p. 8 [tit. orig. Israel’s Contested Identity and the Mediterranean (The territorial-political axis: Eretz Israel versus Medinat Israel)]

Il contrappasso alle vessazioni subìte per millenni nel cuore dell’Europa cattolica si realizza, per Israele, nell'affermazione della propria supremazia militare, raggiunta pacificando il proprio bisogno di sicurezza attraverso invasioni, occupazioni e deportazioni.

Così, nel 1982, Israele dà il via all’operazione militare che va sotto il nome di “Pace in Galilea”, per azzerare gli insediamenti palestinesi attorno ai confini settentrionali israeliani e cancellare l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, attiva e organizzata in un Libano (Beirut Ovest) attraversato dalla guerra civile.

Al pari di tutte le guerre d’invasione, Israele lascia dietro di sé un pesante carico di morti. Il massacro di 97 civili palestinesi per il bombardamento al fosforo del campo profughi di Burj Al Shamali è solo una delle carneficine di un un sanguinario 1982 17.

Il 1° settembre l’OLP di Yasser Arafat, ottenuta la presenza di un contingente internazionale (composto da unità statunitensi, francesi e italiane) a garanzia della difesa della popolazione civile, termina la parentesi dell’esilio libanese per un altro esilio, in Tunisia. Nei giorni precedenti il diplomatico statunitense Philip Habib aveva raggiunto un accordo secondo il quale le forze israeliane non sarebbero entrate a Beirut Ovest, e così pure i falangisti di Bashir Gemayel. Lo stesso Gemayel è eletto presidente del Libano alla fine di agosto con il supporto della comunità cristiano-maronita libanese e soprattutto di Israele.

Il contingente internazionale, tuttavia, abbandona Beirut già a partire dal 9 settembre (prima i marines, poi gli italiani – 11 settembre, e due giorni più tardi i francesi).
Pochi giorni dopo, il 14 settembre, in un paese evidentemente ancora segnato dalla guerra civile, Bashir Gemayel è ucciso da Habib Shartuni, per vendicare (con la complicità della Siria) la morte del padre – cristiano oppositore dei falangisti – per mano degli squadroni di Gemayel.

Il giorno dopo, il 15 settembre 1982, gli israeliani dispongono la propria macchina strategica attorno ai campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila, così accerchiati, sigillati, le cui notti sono illuminate a giorno con i fari degli elicotteri. Alle 15:00 del giorno seguente termina l’incontro tra Ariel Sharon, Ministro della Guerra Israeliano, Rafael Eitan, generale delle Forze di difesa Israeliane, e le milizie falangiste 18. Morris Draper, rappresentante dell’amministrazione statunitense di Reagan, nulla muove per ostacolare la tattica stragista 19.
Le milizie dei servizi speciali libanesi e uomini dell’Esercito del Sud del Libano, guidati da Elie Hobeika, entrano così nei campi di Sabra e Shatila alle 18:00 del 16 settembre 1982. Ne escono 38 ore dopo, alle prime luci del 18 settembre, quando gli israeliani entrano nel campo lasciando scomparire i massacratori.
Solo il giorno prima, il 17 settembre 1982, Arafat aveva chiesto all’allora ministro italiano degli Esteri il ritorno delle forze di difesa internazionali a Beirut Ovest 20. Nessuno tornò.

Il numero di vittime al termine del massacro compiuto in “chilometri e chilometri di vicoli strettissimi” 21, qual era la topografia dei campi profughi di Sabra e Chatila, è imprecisato: almeno 700 per l’esercito israeliano, circa 3.500 per il giornalista israeliano Amnon Kapeliouk 22, almeno 2.000 secondo i dati della Mezza Luna Rossa Palestinese 23. Nelle testimonianze si intuiscono le proporzioni della mattanza:

A un comandante falangista fu chiesto quanti fossero di preciso i morti: “lo scoprirete” rispose, "semmai costruiranno una metropolitana a Beirut" 24

Alle 16 di venerdì (17, ndr) il massacro durava ormai da 19 ore. Gli israeliani, che stazionavano a meno di 100 metri di distanza, non avevano risposto al crepitìo costante degli spari né alla vista dei camion carichi di corpi che venivano portati via dai campi
(David Lamb, sul Los Angeles Times del 23 settembre 1982)

Il telefono era stato tagliato durante l’ingresso a Beirut Ovest dei soldati israeliani, e con loro delle scritte delle vie in ebraico. […] Il giorno dopo l’entrata dell’esercito israeliano eravamo prigionieri, e mi è sembrato che gli invasori fossero più disprezzati che temuti, facevano più schifo che paura […] Quando sono state interrotte le strade, col telefono muto, privo di ogni comunicazione con il resto del mondo, per la prima volta in vita mia mi sono sentito palestinese e ho odiato Israele. […] Israele è colpevole di aver fatto entrare nei campi due compagnie di Kataeb (Falangi libanese, ndr), di aver dato loro degli ordini, di averli incoraggiati per tre giorni e per tre notti, di aver portato loro da bere e da mangiare, di aver illuminato i campi di notte 25.

La società civile internazionale, nella forma dell’Assemblea generale delle Nazione Unite, il 16 dicembre 1982 definisce i giorni neri di Sabra e Shatila un "massacro di larga-scala" e un "atto di genocidio" 26.
La Commissione internazionale indipendente chiamata a giudicare l’intervento israeliano in Libano secondo il diritto internazionale, composta per maggior parte da giuristi e presieduta dal politico e avvocato irlandese Seán MacBride, indica in Israele il diretto responsabile del massacro, in quanto forza occupante. Nel rapporto conclusivo pubblicato nell’estate del 1983 27, si legge che le atrocità di Sabra e Shatila “non erano in contrasto con una più ampia intenzione israeliana di distruggere la volontà politica palestinese e la sua identità culturale”.
Sandro Pertini, in uno storico discorso – è il 31 dicembre 1983 – dirà:

Io sono stato nel Libano. Ho visto i cimiteri di Chatila e Sabra. E’ una cosa che angoscia vedere questo cimitero dove sono sepolte le vittime di quell’orrendo massacro. Il responsabile dell’orrendo massacro è ancora al governo in Israele. E quasi va baldanzoso di questo massacro compiuto. E’ un responsabile cui dovrebbe essere dato il bando dalla società.
(Dal video del messaggio di fine anno del Presidente Sandro Pertini)

Eppure, nessuno ha pagato per Sabra e Chatila, “atto di genocidio”. Il tentativo del giugno 2001 della Corte di Cassazione belga di giudicare i fatti di Sabra e Shatila finisce presto con un’autocensura giuridica. Il processo si chiude non prima dell’attentato mortale a Elie Hobeika, a un passo da rivelare a membri del Parlamento belga informazioni utili al dibattimento; la Corte riceve pressioni manifeste da parte della leadership israeliana contraria alla possibilità stessa di un processo che avrebbe potuto significare la condanna di Ariel Sharon (Ministro della Guerra nel 1982 e promosso a Primo Ministro dalle elezioni parlamentari israeliane del 2001).

Jean Genet, testimone dell'orrendo 1982, così scrive:

Che vantaggio aveva Israele a massacrare Chatila?
Il vantaggio che aveva a bombardare per due mesi la popolazione civile: cacciare e sterminare i palestinesi.
Che cosa voleva raggiungere a Chatila?
La distruzione dei palestinesi 28.

La donna palestinese era probabilmente vecchia, perché aveva i capelli grigi. Stesa sul dorso, posata o abbandonata sui sampietrini, mattoni, sbarre di ferro, senza cura. In un primo momento sono stato colpito da questo groviglio di corda e stoffa che andava da un polso all’altro, tenendo orizzontalmente le braccia, come fossero crocifisse. Il volto nero e gonfio, rivolto verso il cielo, una bocca aperta, nera di mosche, con denti che mi sembravano bianchissimi, volto che, senza che un muscolo si muovesse, sembrava sia accigliarsi, sia sorridere o gridare di un grido silenzioso e ininterrotto. Le calze erano di lana nera, l’abito a fiori rosa e grigi, leggermente rimboccato o troppo corto, non so, lasciava intravedere polpacci neri e gonfi, sempre con lievi venature malvacee alle quali rispondevano un viola e un violetto simile alle guance. Erano ecchimosi o l’effetto naturale della decomposizione sotto il sole?
- L’hanno fracassata col calcio dei fucili?
- Guardi signore le sue mani
Non l’avevo notato. Le dita erano sparpagliate, le dieci dita tagliate come con una cesoia da giardiniere. Alcuni soldati, ridendo come une bambine e cantando gioiosamente, si erano probabilmente divertiti scoprendo e usando questa cesoia
-Guardi signore
Le estremità delle dita, le falangette con l’unghia ancora attaccata, erano nella polvere. Il giovane che mi mostrava, con naturalezza, senza enfasi, il supplizio dei morti, ha rimesso, con calma, un velo sul volto e sulle mani della donna palestinese, e un pezzo di cartone ruvido sulle gambe. Non distinguevo altro che un ammasso di stoffa rosa e grigio, attorno a cui giravano le mosche 29.

1982: Sabra e Chatila in Libano (d)

a. Colonialismo in Palestina (pre-'48)
b. 1948: la guerra arabo-israeliana
c. 1956 e 1967: le altre due scosse
e. Gli accordi di "pace"
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Note e riferimenti bibliografici di sezione:
(consultabili anche con un click sul richiamo di nota)
  1. Zenobio, M. (2007), “Senza diritti nel Paese dei cedri”, quotidiano Il Manifesto
  2. Shahid, L. (2002), “I massacri di Sabra e Chatila: testimonianze”, Journal of Palestine Studies, Vol. 32, n, 1, pp. 36-58 [tit. orig. “The Sabra and Shatila Massacres: Eye-Witness Reports”]
  3. Stabile, A. (2012), “Tra i fantasmi di Chatila, 30 anni dopo. Ostaggi della memoria e della malavita”, quotidiano La Repubblica
  4. Kamm, H. (1982), “Arafat demands 3 nations return peace force to Beirut”, quotidiano New York Times
  5. Genet 2002, Op. cit., “Palestinesi”, p. 133
  6. Kapeliouk, A. (1984), “Sabra e Chatila: inchiesta su un massacro”, Association of Arab-American University Graduates [tit. orig. “Sabra e Chatila: Inquiry into a massacre”]
  7. MacBride, S. (1983), ”Israele in Libano: relazione della Commissione Internazionale di inchiesta sulle violazioni del diritto internazionale compiute da Israele durante l’invasione del Libano”, Ithaca Press
  8. Kapeliouk 1984, Op. cit., “Sabra e Chatila: inchiesta su un massacro”
  9. Genet 2002, Op. cit., “Palestinesi”, Quattro ore a Chatila, pp. 112-140
  10. Assemblea Generale delle Nazioni Unite (1982), “La situazione nel Medio Oriente”, lett. D, p. 38
  11. MacBride 1983, Op. cit., ”Israele in Libano: relazione della Commissione Internazionale di inchiesta sulle violazioni del diritto internazionale compiute da Israele durante l’invasione del Libano”
  12. Genet 2002, Op. cit., “Palestinesi”, p. 130
  13. Genet 2002, Op. cit., “Palestinesi”, pp. 119-120

Dopo l’occupazione israeliana dei Territori palestinesi a seguito del conflitto del 1967, la situazione geopolitica è stata solo in parte riconsiderata dagli accordi di pace. Tali accordi, sebbene rappresentati come passi avanti nel Processo di Pace, rappresentano in realtà una non-soluzione agli abissi umanitari e di violazione del diritto creati dal 1948 a oggi.

Gli Accordi di Oslo (1993 e 1995), l’Accordo Gaza-Gericho (1994) e il Protocollo di Hebron (1997) rappresentano tuttavia momenti chiave per meglio introiettare, attraverso i successivi paragrafi del momento contemporaneo, una visione chiara e comprensiva di ciò che è la Palestina oggi.
  • Con Oslo-1993 (dal nome della capitale norvegese dove son stati condotti i colloqui) Yasser Arafat e Yitzhack Rabin giungono a un primo riconoscimento reciproco: dell’esistenza dello Stato di Israele, da una parte, e della legittimità all’auto-governo da parte della Palestina, dall’altra. Il 4 maggio 1994, alla neo-costituita Autorità Nazionale Palestinese vengono trasferiti i primi poteri, per l’auto-governo della Striscia di Gaza e dell’area di Gerico, in Cisgiordania. Un anno più tardi, con gli Accordi di Oslo II (1995) la Cisgiordania è articolata in tre aree:
    -Area A: all’Autorità Nazionale Palestinese (aree urbane);
    -Area B: permane il ruolo delle forze israeliane di controllo della sicurezza dei territori (aree rurali), ma l'amministrazione è palestinese;
    -Area C: sotto pieno controllo dello Stato di Israele, eccezion fatta per la popolazione civile palestinese. L’Area C costituisce tutt’oggi oltre il 60% della Cisgiordania 30. Ritorneremo qui nei paragrafi successivi, dettagliando oltre.
  • Con il Protocollo di Hebron (1997) è poi determinato il futura della città cisgiordana, divisa in Hebron1 (H1) e Hebron2 (H2): dal primo settore (80% della città) Israele ritirava la propria presenza, civile e militare, mantenendola tuttavia nell’altro, corrispondente alla Città Vecchia, al Santuario di Abramo (o Grotta dei Patriarchi) e alla maggior parte degli insediamenti di popolazione civile israeliana.
I rapporti bilaterali che seguirono non modificarono oltre la geopolitica, conducendo a parziali e concordati dispiegamenti in Cisgiordania della presenza israeliana. Tali disposizioni mancarono tuttavia di dettaglio e non ebbero alcun risultato in termini di un effettivo sviluppo del processo di trasferimento di poteri all’Autorità Nazionale Palestinese, che è anzi compromesso dalle politiche unilaterali di Israele.

Gli accordi di pace (e)

a. Colonialismo in Palestina (pre-'48)
b. 1948: la guerra arabo-israeliana
c. 1956 e 1967: le altre due scosse
d. 1982: Sabra e Chatila
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Note e riferimenti bibliografici di sezione:
(consultabili anche con un click sul richiamo di nota)
  1. Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari, OCHA (2009), “Restricting Space: The Planning Regime Applied by Israel in Area C of the West Bank”, p. 2
SINTESI GRAFICA [torna in alto]. La Palestina e l'erosione di terra nel cinquantennio 1917-1967
(Traduzione e adattamento della infografica di Column Five)
La cartina è evidentemente una semplificazione, però utile: nel 1917, la Palestina che esce dall'Impero Ottomano è un'area sottoposta ad amministrazione militare del Regno Unito, che dal 25 aprile 1940 prenderà la forma di Mandato internazionale (Transgiordania compresa, fino al 1923).
E' una terra abitata da arabi palestinesi, con piccole comunità di ebrei del Medio Oriente a radici semitiche che per millenni hanno pacificamente convissuto con la maggioranza non-ebrea.
Compito del Mandato è "costruire" le istituzioni per l'autogoverno da parte di uno Stato indipendente, che rappresenti e governi la popolazione.
Il 1917 è tuttavia anche l'anno della dichiarazione del britannico Balfour: il sionismo europeo ottiene la garanzia che la Palestina araba potrà essere un "focolare nazionale" ebraico. Il disegno di colonizzazione degli ebrei d'Europa trova in Balfour una prima realizzazione.
E' il piano di partizione della Palestina uscito dalla Risoluzione 181 dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Qui il sionismo europeo ha già vinto, sebbene il piano non sia stato attuato: a quella che era ancora la minoranza della popolazione (33%), nonostante la colonizzazione ebraica dall'Europa, viene affidato il 56% della terra; alla maggioranza arabo-palestinese, il restante 43%.
L'area di Gerusalemme (con Betlemme e Ramallah) è dichiarata zona internazionale, da sottoporre all'autorità delle Nazioni Unite.
La narrazione israeliana di una guerra di difesa è solo una narrazione: durante la guerra arabo-israeliana del 1948, lo Stato ebraico determina i propri confini (78% della Palestina storica) espellendo la popolazione araba dai territori conquistati militarmente. Fa pulizia etnica: è la Nakba (o Catastrofe) palestinese.
Regno di Giordania ed Egitto occupano rispettivamente Cisgiordania (con Gerusalemme "Est") e la Striscia di Gaza, amministrandole fino al 1967.
Con la "Guerra dei sei giorni" del 1967, Israele occupa anche la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, avviando la colonizzazione di questi territori con insediamenti illegali di popolazione civile (interrotta nel 2005 nella Striscia e tutt'ora in corso in Cisgiordania).
L'esercito israeliano occupa anche la Penisola del Sinai egiziana (poi restituita nel 1978) e le Alture del Golan siriane, a oggi territorio amministrato da Israele.

Cosa rimane, oggi, della Palestina? Lo vedremo saltando al momento contemporaneo.
 
©2013. Una realizzazione di Diego Brugnoni. Grafica a cura di Diego Brugnoni e Pietro Gregorini. Shoah-Nakba.it è pubblicato con una Licenza Creative Commons.